Il cavillo. Resoconto dai tempi della serie B a 19 squadre (o forse 20) – Parte Prima

QUALCHE ANTEFATTO FA

La storia che sto per raccontare inizia quindici anni fa e, come tutte le storie che si rispettino, incomincia con un c’era una volta.
C’era una volta un campionato di serie B che da quasi cinquant’anni rimaneva pressoché immutato nella propria struttura, imperturbabile alle varie riforme che, nel frattempo, si erano susseguite negli altri livelli pallonari.
Una partita, però, segna la conclusione di questa rassicurante consuetudine e l’inizio di molte delle traversie del sistema calcistico nazionale: è il 12 aprile 2003, fra gli incontri del trentesimo turno del campionato cadetto, c’è anche Catania-Siena. Gli etnei, in piena lotta per la salvezza, portano a casa un pareggio, recuperando l’iniziale svantaggio grazie a una rete del centrocampista Vito Grieco. Segnatevi questo nome.
E comunque c’è un però. Tra le fila dei toscani, viene schierato il terzino Luigi Martinelli che, secondo il Catania, non avrebbe dovuto disputare l’incontro perché sottoposto a una giornata di squalifica ancora da scontare.

COSA È SUCCESSO, COSA È DESTINATO A SUCCEDERE.
Nel corso della ventottesima giornata, Martinelli, già in diffida, riceve un’ammonizione che gli causa la conseguente squalifica per un turno. Il sabato successivo, pertanto, salta la partita di campionato contro il Napoli, ma viene impiegato con la Primavera. Per il Catania, la partecipazione di Martinelli all’incontro del Siena Primavera nello stesso giorno di disputa della gara della prima squadra, ne preclude l’estinzione della squalifica inflittagli. Il calciatore, quindi, non avrebbe avuto diritto a giocare contro di loro.
I rossoazzurri, allora, chiedono la vittoria a tavolino e presentano ricorso alla Commissione disciplinare, la quale conferma il risultato di 1-1. In secondo grado, tuttavia, la Commissione d’appello ribalta la sentenza e dà ragione al Catania: è 2-0 per gli etnei.
Tutto finito? No. Altre squadre invischiate nella lotta per non retrocedere, a sorpresa, ricorrono in Corte Federale, la quale annulla il verdetto della CAF e convalida di nuovo l’esito del campo.
Il Catania non si dà per vinto. Siamo ormai a fine maggio, il campionato è agli sgoccioli e la situazione di classifica si fa sempre più preoccupante. La società osa un percorso mai arrischiato prima da nessun’altra squadra: viola la clausola compromissoria che impone di rivolgersi esclusivamente ai tribunali sportivi e presenta ricorso al Tar di Catania contro la decisione della Corte Federale. Il Tar accoglie la richiesta, intima di ripristinare il 2-0 a tavolino e delega all’allora ministro Urbani l’esecuzione dell’atto, cioè quello di riscrivere la classifica. È il 5 giugno.
Due giorni dopo, la serie B si conclude. Sul campo, il Catania sarebbe retrocesso (quart’ultimo a 44 punti, uno in meno di Napoli e Venezia), ma la sentenza del Tar sovverte la graduatoria: la squadra di Gaucci si ritrova così con i due punti in più della gara contro il Siena, balza a 46 punti e manda Napoli e Venezia a uno spareggio salvezza che non verrà mai disputato.
La Federcalcio si appella al Consiglio di Stato, ma senza successo. Prosegue la battaglia, deferisce inoltre il Catania per violazione della clausola compromissoria, ma nel frattempo inizia a prendere in considerazione l’ipotesi di una serie cadetta a 21 squadre che metta fine alla disputa nelle aule dei tribunali. La strada che porta alla moltiplicazione dei ricorsi, però, è ormai inesorabilmente spalancata. La serie B rischia il caos, il Catania e il Genoa (anch’esso declassato in terza serie) parlano apertamente di blocco delle retrocessioni. La Salernitana, ultima classificata con ampio e imbarazzante margine, ottiene dal Tar di Salerno la riammissione con riserva in B.
Interviene anche la politica. Alcuni parlamentari, in punta di diritto, si fanno portavoce degli interessi della squadra del proprio collegio elettorale. Dal Governo al Coni, dal Parlamento alla Federcalcio, tutti sono impegnati a cercare una soluzione che riesca a superare le discordanti sentenze dei vari organi di giustizia. Si stenta però a individuarne una.
La questione si trascina ancora alla seconda metà di agosto, con i calendari di serie B e di serie C già nel frattempo compilati. L’allora premier Berlusconi decide di interrompere le vacanze in Sardegna, si fionda a Roma e convoca un Consiglio dei ministri straordinario per varare un decreto legge che ponga un freno ai ricorsi alla giustizia amministrativa da parte delle società sportive. La prima conseguenza di questo decreto “salva-calcio” è il blocco delle retrocessioni, con la serie B che passa a 24 squadre. C’è però un ulteriore problema: il Cosenza (l’altra squadra inizialmente retrocessa insieme a Catania, Genoa e Salernitana) è stato nel frattempo escluso dai campionati per inadempienze finanziare. Resta, quindi, un altro posto a disposizione che viene assegnato, d’imperio e non senza polemiche, alla Fiorentina neopromossa in C1.
Tutto sistemato? Nemmeno per sogno. L’allargamento dell’organico viene mal digerito dalle altre squadre di B, le quali si oppongono al provvedimento disertando la Coppa Italia e boicottando le prime giornate del campionato. La pace viene sancita attraverso una modifica in corso d’opera del regolamento della Federcalcio: aumento del numero di promozioni e conseguente riassestamento, nella stagione successiva, della serie A a 20 squadre e della B a 22, ossia la formula che ha resistito fino a oggi.
Una tormentata estate pallonara si conclude, la prima di tante altre destinate a susseguirsi negli anni a venire. Il campionato di serie B può finalmente svolgersi, ma lascia il calcio italiano nudo davanti alle proprie fragilità e al proprio immobilismo. Incapace di darsi delle regole e degli strumenti di condotta chiari, si ritrova a concedere progressivamente maggiori margini di manovra per accorducci della più mediocre risma, procedendo a tastoni, di necessità in necessità, verso un lento e logorante incancrenimento strutturale che i timidi tentativi di reagire a scandali e a piccoli e grandi fallimenti che costellano il quindicennio successivo non riescono a contenere.

LA SORPRESA FINALE.
Ve lo ricordate quel Vito Grieco che segna il definitivo 1-1 contro il Siena? Il 17 maggio 2003, a distanza di un mese soltanto dalla partita incriminata, viene schierato nel corso di un Catania-Venezia terminato 2 a 0 per i padroni di casa. Anche lui, come Martinelli un mese prima, gioca senza aver scontato la squalifica. In pratica, mentre il Catania procede nei vari gradi di giudizio per vedersi riconosciuta la vittoria della partita contro il Siena, con il Venezia si rende artefice esattamente della stessa irregolarità contestata alla squadra toscana. I lagunari presentano così reclamo e chiedono la vittoria a tavolino. La Salernitana, frattanto, individua altri dodici casi simili, mettendo così a rischio pure l’inizio della massima serie. Fra ricorsi e controricorsi, anche il “Caso Grieco” contribuisce ad alimentare il marasma agostano.
Sta di fatto che, dopo quattro mesi di appelli e carte bollate, di decreti legge e riforme dell’ultim’ora, la classifica finale della serie B 2002-2003 dice che il Catania, con i risultati sentenziati a tavolino delle partite contro Siena e Venezia, sarebbe ugualmente retrocesso, così come aveva già determinato il campo dopo trentotto giornate di campionato. Ma, per tutte le parti in gioco, si tratta di una storia da mettersi oramai alle spalle.

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