Que veinte años no es nada. Un ricordo di Osvaldo Soriano.

Vent’anni fa ci lasciava Osvaldo Soriano, sconfitto dopo una lunga partita contro un male che aveva avuto infine la meglio su di lui. Per quel poco peraltro che, nella sua vita, avesse mai contato vincere o perdere, incantato com’era sempre stato dalle storie dei suoi «imperfetti», come amava definirli, il cui risultato finiva con l’essere una semplice parentesi, quasi un accidente capitato per sbaglio mentre ci si ritrovava a giocare con la vita.
Oltre che straordinario scrittore, nelle sue molte esistenze Osvaldo Soriano è stato inoltre (e fino alla fine) un giornalista ispirato, dedicandosi anche alla sua grande passione, il fútbol. Diceva del suo essere cronista sportivo: «Non amo lavorare troppo, né correre per i corridoi di uno stadio, né forse capisco di sport quanto l’incarico richiederebbe. Ma so inventare storie bellissime». E, vera o inventata che fosse, con una delle sue storie bellissime ci ha salutati. Lo ha fatto scrivendo dalle colonne de Il Manifesto in memoria di Marcello Mastroianni, scomparso un mese soltanto prima di lui.

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Mi dicono che Marcello Mastroianni è morto: lo straniero, il gaudente de La dolce vita, il professore socialista de I compagni, il timido omosessuale di Una giornata particolare, l’uomo di cento e passa film, quasi tutti indimenticabili. Il gigante del cinema italiano ha fatto quel che più lo ripugnava: morire. Qualche mese fa, in un’intervista insieme con Vittorio Gassman, interrogato dal direttore de La Repubblica, diceva che gli sarebbe piaciuto vivere in eterno, circondato dalle donne. Lo stesso aveva detto a me nel ’93 a Colonia del Sacramento dove passammo una settimana insieme fuggendo dai rompiscatole e scompisciandoci dalle risate con le sue imitazioni di Gassman, De Niro e Fellini, con le sue storie di donne in cui finiva sempre a mal partito.
Uno dei suoi incanti era che gli aneddoti che raccontava lo mostravano come un tipo grezzo. Mi ricordo di uno che tirava dentro Nikita Michalkov e il re di Spagna durante le riprese di Oci Ciornie. Il regista russo credeva di avercela fatta a guadagnarsi i favori di una misteriosa donna che cenava sempre da sola in un lussuoso hotel di Mosca di cui non ricordo il nome. Mastroianni aveva fallito nell’intento di conquistarla perché lei aveva occhi solo per un altro, un passeggero invisibile. Michalkov sembrava perdutamente innamorato della sconosciuta e alla fine di mille seduzioni Marcello riuscì a combinare l’incontro tra i due. Lei gli concesse un appuntamento galante alle due di notte in una stanza dell’ultimo piano e scomparve per tutto il giorno. Il russo attese in paziente veglia che scoccasse l’ora. Alla fine, quando furono le due in punto, si infilò in un ascensore e si piazzò davanti alla porta che lei gli aveva indicato.
Mastroianni aspettava al bar, in ansia: voleva sapere come era andata per il suo amico. Michalkov batté leggermente alla porta, ma non ottenne risposta. Tornò a bussare, questa volta più forte e poco dopo, credendo che lei dormisse, cominciò a battere con i pugni. Allora sì, la porta si aprì e quel che stava lì davanti, in mutande, era il re Juan Carlos di Spagna. Nikita accettò la sua sconfitta e scese per riunirsi con Mastroianni, sconsolato. All’ora delle riprese i due comparirono sbronzi e cantando. Ricordo questa e altre cento storie che raccontava recitandole nelle strade deserte senza che gli pesasse il fatto di essere uno degli uomini più ambiti del mondo. Detestava la fama e i suoi orpelli. Sapeva a memoria le parti dei suoi film migliori e ogni volta che glielo chiedevo si piantava in mezzo al marciapiedi e li ripeteva, soprattutto il professore de I compagni: “Senta, scusi, che paese è questo?”. E la risposta: “Questo è un paese di merda”. Io dormivo fin dopo mezzogiorno e uscendo dalla mia stanza lo incontravo che si aggirava per il patio dell’hotel. Rispettava gli altri con tanta naturalezza che gli argentini lo lasciavano perplesso con la loro voracità di autografi e il loro affanno di mettersi in mostra.
Ogni mattina cominciavamo allo stesso modo. Mi chiedeva: “Senta, scusi, che paese è questo?”. E io: “Questo è un paese di merda”. Si faceva un whisky e salivamo su un’auto che ci portava alla litoranea. Mi raccontò che il suo sogno, ai 69 anni che aveva allora, era quello di interpretare un Tarzan vecchio e sgangherato, impotente, patetico. “Perché non mi scrivi la sceneggiatura?”. Gli dissi che sì, che forse un giorno… Anni dopo gli sarebbe piaciuto portare sullo schermo A sus plantas rendido un leon che conosceva attraverso la traduzione italiana. Un giorno svegliò per telefono Ettore Scola e gli chiese che cominciassimo subito a lavorarci, che cercasse un produttore, che pagasse i diritti. Non si poté: per quanto sembri incredibile, né lui né il Federico Fellini degli ultimi anni avevano il potere di smuovere i finanziatori. Arrivai a vedere, e quello fu uno dei grandi momenti della mia vita, come lui avrebbe interpretato per nessun altro che per me alcuni istanti della solitudine del console onorario argentino Bertoldi, eroe delle Malvine perduto nelle terre d’Africa.
Era un appassionato della vita alla Casanova. Da quando, adolescente, abbandonò un ufficio per dedicarsi al teatro, fu un uomo felice. La celebrità gli venne con il cinema. Otto e mezzo, I soliti ignoti, tutto il grande momento della commedia italiana. E sempre, al suo fianco, le donne più belle e intelligenti di quel mondo. “Di quale ti ricordi con più affetto? Di Catherine Deneuve o di Faye Dunaway?”, gli chiesi una notte; “Di Catherine – mi disse – è molto fine, ha la pelle più trasparente del mondo. Faye Dunaway si ostinava a regalarmi scarpe. Scarpe orribili che io mettevo solo per cortesia”.
Venne a salutarmi al porto e questo ebbe per me il sapore di un film perduto. Al momento di attraversare il posto di polizia mi voltai a salutarlo con la mano e al di sopra del bisbiglio della gente che gli si stringeva intorno, mi gridò: “Senta, scusi, che paese è questo?”. E per quanto io già lo perdessi di vista, riuscii a rispondergli: “Questo è un paese di merda”.

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