Storia minima del mio quartiere

La fede, in quanto tale, la si ha oppure no. Quella religiosa, poi, solo di rado è frutto di una scelta cosciente, di un’opzione che volontariamente si afferma. Quando ancora non siamo in grado di comprendere e di spiegarci il mondo circostante, quando a stento siamo capaci di esprimerci in qualche forma elementare e consapevole, siamo di solito già indirizzati a credere in una precisa entità ultraterrena, circondati da narrazioni che ne ribadiscono in ogni momento l’esistenza senza però poter eludere la questione di fondo: non può che essere solo ed esclusivamente una faccenda di fede, un atto di fiducia.
Può capitare, allora, crescendo, di confermarsi nella propria credenza, di conservare questa convinzione oppure, come per il sottoscritto, di smettere di farlo. Perché la fede, scrivevo all’inizio, la si ha o non la si ha. Non si può avere fede nella fede degli altri, come diceva Antonius Block ne Il settimo sigillo confessandosi alla Morte.
E così, nel mio caso, ho finito ben presto col concludere che, nella migliore delle ipotesi, alla fine di questa valle di lacrime non ci sia nulla che possa essere conoscibile attraverso la nostra finitudine umana. Ben che vada, insomma, staremo a vedere. Non senza il forte sospetto, tuttavia, che tireremo le cuoia e questo sarà tutto. That’s all Folks!, in poche parole. E senza nemmeno il jingle di commiato che accompagnava i cartoni della Warner Bros.
Eppure, da piccolo, ho frequentato la parrocchia del mio rione. Per qualche anno ho persino fatto il chierichetto, servito all’altare don Pietro durante le funzioni liturgiche. Don Pietro Mari, proprio lui, inviso alla curia e amatissimo dai fedeli, è stato pensionato in modo tranciante dalle gerarchie ecclesiastiche locali, allontanato suo malgrado dal Volto Santo, la sua chiesa di sempre, nel quartiere che ha visto crescere e ampliarsi negli anni del proprio sacerdozio. E ieri sera ha celebrato quella che resterà la sua ultima messa lì.
Io mi sono ritrovato in zona e ho assistito alla scena di una chiesa stracolma, con tante persone che sostavano fuori impossibilitate ad entrare e senza che questo le inducesse però ad andare via. Erano lì a salutare don Pietro. Ho immaginato così la sua commozione nel vedere un’intera comunità stretta intorno a lui, dopo aver patito un’imposizione vissuta come ingiusta, costretto ad accettare un addio obbligato che assume i tratti di un personale evento luttuoso.
Su come abbia potuto sentirsi nei giorni appena trascorsi, su come possa sentirsi adesso, c’è da avere una stretta al cuore solamente a pensarci. Mi dicono, ad esempio, che ieri, sopraffatto dalle lacrime, sia stato addirittura costretto a sospendere temporaneamente la prima messa del mattino.

Sempre schierato dalla parte dei più deboli, degli emarginati, costantemente impegnato a difendere i diritti dei tanti dagli interessi di pochi, don Pietro ha rappresentato un punto di riferimento per tutti, credenti o meno che fossimo. E non meritava un trattamento simile, non meritava di essere accantonato come uno straccio ormai logoro.
Queste righe che non leggerà mai sono per lui. Non sono le parole angosciate di un parrocchiano che ha perso la sua guida, lo si sarà capito, ma mi auguro che proprio questo le renda ancora più significative. Vogliono essere semplicemente il mio modo, magari inutile e banale ma senz’altro sincero, per inviare un messaggio di stima e di vicinanza a quest’uomo che con la sua azione concreta ha segnato pagine edificanti della storia minima del mio quartiere.

Annunci