Victoria

victoriaNella diuturna intermittenza delle luci da discoteca, una giovane ragazza balla al ritmo della musica assordante. Immagine già vista un mucchio di volte, copia in carta carbone di ciò che avviene ovunque. Perché ovunque potremmo essere.
Victoria danza sola, una pasticca e un po’ di alcool per compagnia, alla ricerca di un contatto umano che renda più sopportabile il suo mondo così vanamente dischiuso alle desiderate malie dell’inaspettato. Viene da Madrid, Victoria. Ha riposto come tanti le proprie speranze nel sogno cosmopolita berlinese, alla ricerca di un’esistenza più appagante, ritrovandosi invece a raccattarne una da quattro euro l’ora, da spendere nel tempo di una vodka da buttare giù tutta d’un sorso.
Smaniosa di spezzare la propria monotonia, si aggira alla scoperta di un’altra Berlino, diversa dalle apparenze di quella che ha l’inglese per lingua franca e che restringe la prospettiva a uno sguardo di superficie. A farle da guida, quattro sconosciuti incrociati fuori dal locale, quattro ragazzi che sulle rive della Sprea sono nati e cresciuti, autoproclamati custodi del vero spirito che anima quella che fu una volta la città divisa da un muro.
Cartolina generazionale che commuta nella storia di un’attrazione e che precipita poi nel delinearsi di un presagio incombente, il film di Schipper lega le varie tracce all’interno di un unico piano sequenza che ne ingloba l’intera durata. Attraverso questo autentico exploit tecnico protratto senza alcun trucco per quasi due ore e mezzo, seguiamo l’improvviso accelerare di una notte che sembrava come tante, vista con gli occhi di una chica che affronta col fiato sospeso il gravare delle concitate circostanze che a mano a mano le si presentano.
Una scelta, quella del regista, che ci fa empatizzare con la protagonista, intercettandone gli stati d’animo e condividendone la disinvoltura, la curiosità, l’intima malinconia, il montare dell’adrenalina al levarsi dell’alba. Non c’è sosta per Victoria, né tempi morti da eliminare con stacchi di montaggio. Ci sono solamente l’incedere obbligato fra intoppi e cattive stelle, il respiro affannoso della preda colta alla sprovvista, l’afflizione di chi ha varcato un punto di non ritorno per ritrovarsi poi, esausta, ad affrontare daccapo la corsa.

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