Pericle il nero

pericle_il_neroVaga, per le strade di Liegi, Pericle Scalzone. Vaga nel suo meccanico e vuoto presente, senza ricordo alcuno del passato, senza nessun interesse per il futuro. Vaga adempiendo ai rituali di una vita, eseguendo gli ordini del suo boss, feroce abbastanza da sapere che umiliare vale più di qualsiasi intimidazione, vaga alla ricerca di un rutinario sollievo chimico che conceda una tregua alla sua solitudine allucinata, all’indicibile angoscia che anela una serenità sconosciuta. Pericle è corpo che agisce su altri corpi, annichilito dalla vita, indifferente al mondo, un corpo che blandisce il ribollìo dei pochi spasimi umanissimi che puntualmente ritornano.
Accantonato lo scenario napoletano dell’omonimo romanzo di Ferrandino per far posto alle atmosfere plumbee della Vallonia, in Pericle il nero si articola una vicenda che, già a partire dalla riproposizione del medesimo titolo, sembra invitare ad addentrarsi nelle cornici del cinema di genere, non rinunciando però all’ambizione di svincolarsene quando necessario, marcando la volontà di sfuggire a ogni definizione e abbandonandosi a un viaggio senza meta prescritta, così come quello che attende il protagonista, un sofferto ed efficace Riccardo Scamarcio.
Quella tentata è un’operazione senz’altro interessante, affatto priva di coraggio registico e di spunti significativi (su tutti, quello dell’assalto alla casa dei tunisini), ma riuscita solamente a metà, azzoppata da un continuo ricorso al voice-over che strombazza ragioni che stentano a materializzarsi in tensione audiovisiva, appiattendo di fatto il coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Pericle in fuga dai propri errori, Pericle alla deriva, in rotta verso un altrove che non lo sottrae alla condizione di reietto, trova il senso di un silenzioso malessere nell’irrisolto desiderio di un’esistenza tranquilla, nella possibilità di una evenienza catartica che, per la prima volta, promette di dare forma e sostanza a quella sottaciuta speranza. È la chiave di volta per riappropriarsi di un tempo obliato, per definirne uno a venire dopo aver fatto i conti con quella malavita che lo ha sempre considerato sciocco strumento di coercizione, bassa manovalanza degna di nessun riguardo. È lo sguardo del nero verso un ennesimo viaggio dall’esito incerto, che ha però stavolta le fattezze del riscatto, di una prospettiva da condividere in due, da non affrontare più in fatale solitudine.

Annunci