Nostalgia della luce

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Misteri della distribuzione italiana. A distanza di sei anni dalla presentazione fuori concorso a Cannes, arriva sottotraccia in Italia Nostalgia della luce, film del documentarista cileno Patricio Guzmán. Un’opera preziosa che, a partire dagli spazi sconfinati della volta celeste, riflette sulle vicissitudini che hanno angustiato il paese andino.
Il deserto di Atacama diventa elemento essenziale di questa ricerca, l’assenza di umidità lo rende territorio privilegiato da cui osservare l’universo, oltre che eccezionale custode delle impronte della storia. Il cosmo sopra di noi e le dune aride sotto i piedi del viandante svelano così un’imprevedibile connubio fra astronomia e archeologia, accomunate da una stessa matrice storica alla ricerca delle origini dell’universo l’una, di testimonianze delle civiltà precolombiane l’altra  che evidenzia il ruolo di questa regione quale straordinario varco d’accesso verso il passato, inconsueta apertura sui segreti sedimentati attraverso lo scorrere del tempo, in cui l’immediatamente prossimo e l’incomparabilmente lontano si sovrappongono lungo distese sabbiose e cieli tersi.
La purezza delle immagini spalanca allo sguardo dello spettatore la complessità e la meraviglia di questo paradiso irregolare, memoria inevitabile anche dei travagli più recenti della storia nazionale. L’autore azzarda così un paradossale punto di vista su questo luogo, la terra di Atacama diventa metafora delle contraddizioni di un paese che, nonostante una propensione del paesaggio alla scoperta di eventi trascorsi, tace sulla tragedia che ha colpito il Cile negli anni della dittatura di Pinochet. Il deserto, non estraneo ai tormenti subiti dagli oppositori del regime, preserva in un’indifferenza diffusa il ricordo di ciò che è stato, condannando i familiari dei desaparecidos a vivere tutt’oggi fianco a fianco con gli artefici di un massacro tenuto sotto silenzio, alla ricerca di risposte che rimangono dolorosamente inevase.
La poesia dei fotogrammi di Guzmán (così come tanta parte del cinema di Pablo Larraín) cerca di trovare un senso e una spiegazione a questa paralisi della memoria cilena, a questo silenzio sulla perdita dell’innocenza da parte di un intero popolo. E tornano qui le stelle, a renderci parte di un tempo più vasto, di una natura di cui rappresentiamo un fugace e quasi inavvertito momento di passaggio, ma che richiede ugualmente comprensione e coraggio analitico per consentirci di vivere il presente che abitiamo. Cala così la notte su Santiago del Cile, illuminata da luci artificiali che si perdono come impercettibili stelle nell’immensità del cosmo.

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