Il ponte delle spie

ponte_delle_spieNel primo film di Spielberg (se si esclude il giovanile Firelight) la trama consisteva banalmente in “Camion insegue macchina”. E funzionava.
Se un autore all’esordio dimostra di avere già tale proprietà del mezzo, palesa una cosa semplice semplice: essere bravo, essere un regista vero. Qualità che, se il tuo mestiere lo sai fare davvero, non perdi nemmeno quando la vigoria e l’ispirazione degli inizi tendono col tempo a scemare.  E, per quanto facciano contrariare le sue donazioni a Israele, per quanto possa far storcere i nasi più sofisticati, i lavori di Steven Spielberg sono sempre l’esito di alti standard produttivi, film che scorrono con pregevole naturalezza fino ai titoli di coda, lasciando trasparire in filigrana un talento purissimo che si scorge proprio fra le pieghe dell’inavvertito.
Il ponte delle spie, la sua opera numero trenta, non fa eccezione. Spielberg si ispira a una storia realmente accaduta negli anni più tesi della guerra fredda per affrontare una riflessione quanto mai urgente ai giorni nostri. Uomo tutto d’un pezzo, stoykiy muzhik, l’avvocato Jim Donovan/Tom Hanks ci interroga sulle malcelate incertezze della società occidentale: se nella sua convenzionale autorappresentazione essa esprime valori di libertà, fraternità e uguaglianza, se la sua stessa esistenza viene messa a rischio dal nemico, il barbaro straniero, è giusto rinunciare ai propri principi etici, paradossalmente, in difesa degli stessi e in virtù di un presunto stato di emergenza? Attualissima domanda a cui Spielberg, senza mai arrivare comunque fino al fondo destabilizzante della questione, dà una risposta controversa. Il regista di Duel, che poi sarebbe il film che ti ho citato all’inizio (anzi, fatti una cortesia, veditelo), ci dice infatti che è sbagliato, lascia affermare al suo protagonista che “ogni uomo è importante”, che la battaglia si vince rivendicando la propria visione del mondo, non tradendo le norme che da questa traggono fondamento, non precipitando nel vortice della paura e senza scadere nelle bassezze dell’avversario. Ma ci dice anche che i piccoli incespicamenti nei quali può incorrere l’attuazione del modello americano rappresentano comunque peccati veniali, errori su cui chiudere un occhio dinanzi a un’umanità e una superiorità in ogni caso indiscutibili. Gli americani non hanno bisogno di inscenare commedie, rispettano sempre la dignità dei propri prigionieri, a differenza di quegli altri là. Così, mentre i sovietici detengono l’aviatore statunitense in una cella fredda e sporca, maltrattandolo e sottoponendolo a violenze psicologiche da piccola Guantanamo nel tentativo di estorcergli informazioni, gli americani cercano di raggiungere gli stessi obiettivi usando ogni riguardo nei confronti della spia russa, senza sfiorare il recluso nemmeno con un dito, semplicemente chiedendogli se intenda collaborare con il loro governo o ricorrendo al più al furbesco tentativo, tra un drink e due noccioline, di far recedere con garbo il suo avvocato dai propri vincoli deontologici. Retorica prevista e messa pure in conto, che cede però allo stucchevole nella spudorata esplicitezza di un montaggio alternato in cui, al traumatico e forzato risveglio del tenente americano, fa da contraltare il tatto e la delicatezza con cui il colonnello Rudolf Abel viene destato dal proprio sonno.
Una scorrettezza intellettuale fastidiosa proprio in considerazione della contenuta ma comunque apprezzabile critica alla società americana effettuata dall’autore, che in questo modo finisce però per riportare il livello della riflessione a quello della bassa propaganda.

Annunci