Quando c’era Berlinguer

veltroneWalter Veltroni, già infausto ispiratore in veste di scrittore di film bruttissimi come La scoperta dell’alba, Piano, solo e Forse Dio è malato, decide di far danni in prima persona e passare dietro la macchina da presa con Quando c’era Berlinguer, agiografia sul santo tanto amato dai nostalgici del Gran Partito.
Si tratta di un documentario ingiustificatamente lungo, piuttosto insulso nella resa e dal contenuto schematico e mistificatorio. C’è la volontà di raccontare alle nuove generazioni chi sia stato Enrico Berlinguer, il suo rigore morale, l’onestà, la vita semplice ed austera; ci si trova a spiegare quanto sia profondamente saldo il legame fra le politiche perseguite da Berlinguer ed il luminoso avvenire democratico indicato da dirigenti della risma di Veltroni, strizzando così l’occhio più che altro alle madri e ai padri di quei ragazzi che ad inizio film dimostrano di non sapere nulla del fu segretario del PCI, a coloro che Berlinguer l’hanno conosciuto e poi adorato vivendo la mitizzazione del messia comunista improvvisamente scomparso.
La superficialità di analisi di Veltroni si spinge allora all’inverosimile: siccome da un lato c’era stato il golpe di Pinochet in Cile e dall’altro c’era il terrorismo in Italia, l’unica soluzione era il compromesso storico, e Berlinguer spese tutta la prima fase del suo segretariato in nome di questa geniale politica.
Qui Veltroni amalgama tutto con estrema malafede: l’attentato a Piazza della Loggia, le BR, i movimenti degli anni ’70, tutto in unico calderone, tutto a formare una pappa indistinta e acromatica e a darle il nome di terrorismo, a collegare l’omicidio Moro e la cacciata di Lama dalla Sapienza, a dare a questa massa amorfa la responsabilità di aver annullato la radiosa prospettiva del compromesso storico, la grande alleanza proto-democratica del volemose bene.
È sempre l’artefatta emergenza a giustificare le peggiori e più ingiustificabili posizioni, il voltare le spalle ai più deboli, ai senza diritti, a coloro che all’epoca venivano definiti i “non garantiti”: ieri era la difesa delle infallibili politiche progressiste del partito in nome della salvaguardia della democrazia, oggi è la crisi economica mondiale e i sacrifici che l’Europa ci chiede. Ed è proprio a partire dal suo progetto di voler connettere il Berlinguer del compromesso storico all’attuale strategia del Partito democratico che Veltroni finisce per sbandierare ciò che intendeva nascondere, a svelare il trucco, a raccontare in fondo tutte le colpe che furono in quegli anni del segretario sassarese e in cui adesso sguazzano i suoi epigoni.
Ma per Veltroni, a dispetto di tutto, quello è il Berlinguer da difendere, da sostenere, da ricordare; il segretario di un partito unico, irripetibile, non più attuabile, ma tremendamente rimpianto.
E poi Berlinguer è un sant’uomo, ci viene detto: onesto, probo, come non ce ne sono più. Una brava persona, insomma. Lo dicono tutti nel film: lo dice la vecchia guardia del PCI, lo dice la figlia, lo dicono il suo autista, un commosso Napolitano, Eugenio Scalfari, lo dice persino Jovanotti che non si capisce cosa c’entri.
Ancora, di nuovo, la triste retorica della “brava persona”, specchietto per le allodole che tutto il resto occulta. Meglio allora una patente di incivile e farabutto, senza essere artefici di accordi indecenti, senza stringere le mani più sudice in nome dell’autoconservazione, stando invece al fianco dei precari, dei migranti, di tutti coloro che hanno diritto ad un tetto e ad un reddito e non ce l’hanno. Con buona pace di Veltroni, da cui, in verità, non ci si può aspettare che rinsavisca alla soglia dei sessant’anni.
Ma anche al di là del messaggio di fondo, dell’esaltazione di una figura, quella di Berlinguer, tutt’altro che limpida, il film risulta sciatto, impalpabile, inutile. Non emoziona, non coinvolge, procede per due ore fra omissioni e distorsioni senza un lampo, un motivo che dia senso a questa produzione. E alla fine, spoiler degli spoiler, Berlinguer muore, e Veltroni riesce nell’impresa di passare in rassegna le immagini del funerale senza il benché minimo accenno di pathos.
San Berlinguer è morto, il PCI con lui, è tempo di un partito nuovo e democratico, e sulle note di “Time for a change” vengono giù i titoli di coda.

Quando c’era Berlinguer – Walter Veltroni, 2014

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