Holy motors

holy_motorsLa sirena di una nave, il risveglio di un uomo, il regista stesso, che nel cuore della notte cerca a tastoni fra le pareti un misterioso varco che porta all’interno di una sala cinematografica. Siamo immediatamente all’interno dello spettacolo.
Holy Motors è un film indicibile, nulla o quasi si può e si deve dire su di esso, è puro fascino della visione, solipsistica ricerca della bellezza del gesto, di un’azione fine a se stessa che intercetti il piacere e la contemplazione di chi guarda, se guarda, semmai abbia ancora voglia di guardare.
Così seguiamo Monsieur (Le)Oscar(ax), interpretato da un poliedrico e superlativo Denis Lavant, nei suoi nove appuntamenti, in una sequenzialità macchinica che coinvolge anche lo spettatore, invitato lentamente a riflettere su questa rappresentazione interminabile. Spettatore che a fatica prova a ricomporre le tessere di un puzzle fatto di solitudine e morte, di disperata vitalità e arguto umorismo, alla cui fine troviamo la concretizzazione in celluloide del mondo e delle ansie di un artista, materiale onirico che ancora esige la propria consistenza, performance di cinefilia caleidoscopica che si nutre della propria stessa carne per poter nuovamente testimoniare di esistere.
Holy motors è appassionato esercizio di stile, trionfo dell’immaginazione, ricerca di sé, estetica della frammentazione. Intende forse parlarci, fra le righe, della morte del cinema e invece siamo ancora una volta dalle parti di .
Uno dei migliori film dell’anno, anche se non piacerà a tutti.

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