Anna Karenina

«Pepè è morto stritulet’ sott’ a nu treno»
[“L’uccello migratore” – Steno, 1972]

anna_kareninaLa vita come una danza, avvolgente e sinuosa, l’haute société (per dirla in quel francese al contempo vezzo e ricercato emblema di raffinatezza dell’aristocrazia e dell’alta borghesia moscovita in Anna Karenina) della Russia Imperiale intrappolata coscientemente e (forse) spontaneamente fra palchi, retropalchi, quinte e platee di un teatro, spettatrice della finzione teatrale di cui i suoi membri sono allo stesso tempo primi attori e comparse, figure eterne e danzanti di una rappresentazione che è la loro vita, il loro mondo, da cui solo rifuggono le passioni e i sentimenti, vie di fuga senza possibilità di ritorno dalla prigione dorata della propria classe sociale: è questo il progetto, sontuosamente concretizzato, di Joe Wright che, aiutato anche dalla sceneggiatura di Tom Stoppard, riesce dove tanti altri hanno fallito, ovverosia nel tentativo di trasporre in materia audiovisiva le pagine scritte di un libro. Difficoltà acuita, stavolta, dalla complessità e dalla popolarità del romanzo tolstojano.
È questo forse l’equivoco di fondo che offusca l’analisi dei (pochi, per fortuna) detrattori del film, è l’errata interpretazione del concetto di trasposizione che fa deragliare (e qui l’evocazione ferroviaria è quasi esclusivamente casuale) a priori la riflessione: il cinema non è figlio di un dio minore, non è riduzione in sedicesimi di un’opera letteraria, dello stile del proprio autore, del mondo da questi narrato e creato e ricreato dai suoi lettori. I fotogrammi di una pellicola rispondono ad altre esigenze da quelle della pagina di un libro, il cinema è semplicemente altro: ha una propria grammatica, proprie modalità di fruizione, proprie pratiche testuali che si determinano in quello spazio che intercorre fra l’immagine sullo schermo e lo sguardo dello spettatore in sala.
Il cinema non deve riproporre ciò che è già stampato su di un libro (e va da sé che ciò che noi leggiamo, ciò che ricordiamo, ciò che ci figuriamo è già il frutto di un brainframe audiovisivo, ampiamente influenzato da un secolo ed oltre di cultura cinematografica e dalla centralità ancora attuale delle sue forme), il cinema ha il dovere di offrire il proprio punto di vista, di dare il suo contributo, con le potenzialità che gli sono proprie, alla riproposizione in immagini e suoni della grandiosità, in questo caso, di un romanzo caposaldo della letteratura europea ottocentesca.
E Joe Wright, con coraggio, grazia, genialità e totale padronanza del mezzo, riesce in tutto questo. Con buona pace di chi griderà al tradimento del romanzo di Tolstoj.

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