This must be the place, the solitude, the love and the bildungsroman

this_must_beBildungsroman. Bildungsroman è un termine tedesco che vuol dire “romanzo di formazione” e ci tengo a precisare che lo uso esclusivamente per atteggiarmi.
This must be the place è una sorta di bildungsroman, semmai tale espressione possa essere adoperata anche per un film; un bildungsroman sui generis, a dirla tutta (sui generis è una locuzione latina che uso perché è la prima che mi è venuta in mente). Un bildungsroman sui generis dicevo, perché il cammino verso la maturità non è affrontato propriamente da un ragazzino, ma da Cheyenne, interpretato da un surreale Sean Penn, rock star ormai fuori attività ed alle soglie dei cinquant’anni.
This must be the place è il quinto film di Paolo Sorrentino, il primo in lingua inglese, e devo dire che il “suo” cinema mi piace tanto, lo ammetto. E di Sorrentino mi piace pure il modo in cui delinea i protagonisti che mette in scena: figure disincantate e seducenti che ne hanno viste tante, probabilmente troppe, che sanno che “nella stronza vita può succedere tutto” come diceva Alberto il molosso, e proprio per questo tutto si aspettano, senza restarne sorpresi, smorzando entusiasmi e sconforti con i lapidari aforismi che hanno reso cult i personaggi sorrentiniani (avrei potuto scrivere “di culto” o usare un giro di parole, ma “cult” fa decisamente più figo). Mi piacciono le sue storie di solitudine e di amori inesorabili, perché anche This must be the place mi pare essere poi essenzialmente una storia d’amore, anzi di amori, il più riuscito dei quali, in my humble opinion (bello, eh?), è forse quello mal corrisposto di Aloise Lange, che non pensava di valere tutto il tempo e tutte le attenzioni di quell’anomalo corteggiamento. Mi piacciono le colonne sonore di ogni suo film, e infine riconosco che mi piace anche la fotografia geometrica e un po’ pop (dite la verità…”pop”!) di Luca Bigazzi, ormai collaboratore fisso del regista partenopeo.

E allora perché This must be the place non mi ha convinto del tutto? Non mi riesce di esprimerlo chiaramente, forse perché stavolta i tratti minimi con cui il regista è abituato a descrivere una scena, un ambiente, una situazione sembrano più indotti da boria stilistica che da altro, o forse perché il film sembra un po’ sconnesso tra le sue parti, lasciando che l’estetica e la retorica sorrentiniana restino fine a se stesse, al compiacimento della perfezione di ogni singolo fotogramma e del controllo assoluto di ciascuna inquadratura. È come se ci fosse tutto di ciò che ha reso celebre ed acclamato Sorrentino (e tutto c’è, in effetti) eppure restino dei fili scoperti.
Non sono uscito deluso dalla sala, questo no, o almeno ne sono uscito con un’altra idea: non mi pare che This must be the place rappresenti l’inizio del tunnel di chi inevitabilmente finisce per ripetere banalmente se stesso, Sorrentino credo sia destinato ancora a girare film bellissimi, magari proprio il suo capolavoro, il film definitivo, quello per cui sarà ricordato da tutti.

Insomma, mi piace Paolo Sorrentino, ma il fatto è che anche lui si piace parecchio. Forse è proprio questo il difetto di This must be the place: troppo alla ricerca del facile applauso, troppo compiaciuto, tale e quale a me quando scrivo bildungsroman.

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Un pensiero su “This must be the place, the solitude, the love and the bildungsroman

  1. Sono d’accordo con tutto l’articolo e in particolare con il fatto che “anche lui” si piaccia molto.
    😉 Bravo, Arciè!

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