M, il mostro di Düsseldorf

MQuando nel 1927 esce nelle sale americane The jazz singer di Alan Crosland, primo lungometraggio sonoro della storia, non vi è la certezza che il pubblico riesca immediatamente ad accettare questa contaminazione del cinema, fino a quel momento linguaggio del corpo e delle immagini, ma non del suono e della musica (sebbene spesso nelle sale fosse presente una sorta di commento esterno, formato da orchestre o da “narratori” delle immagini sullo schermo). Si cerca di superare il rischio, come si può immaginare dal titolo, attraverso la presenza della canzone (e di Al Jolson, il cantante forse più in voga all’epoca), elemento di unione tra film muto e sonoro grazie al suo essere già “prodotto di consumo” attraverso la radio e i dischi (e non è un caso che anche in Italia l’arrivo del sonoro sia battezzato, tre anni dopo, da un film intitolato “La canzone dell’amore”, del salernitano Gennaro Righelli).
Questa negoziazione tra pubblico e apparato di produzione non fu tuttavia digerita allo stesso modo da tutti e furono in tanti a non vedere di buon occhio l’innovazione. Molti registi, anche di primo piano come Charlie Chaplin, King Vidor, Murnau, Ejzenstein, videro con l’arrivo del sonoro un passo indietro del cinema, e non furono pochi coloro che non riuscirono ad adeguarsi ai necessari mutamenti produttivi ed estetici che il sonoro imponeva. Alcuni impiegarono del tempo per accettare, ma soprattutto assimilare, il nuovo linguaggio, e molti si ritrovarono a fare i conti con un rapido declino.

Quattro anni dopo il “terremoto” provocato da The jazz singer anche Fritz Lang, uno dei maggiori esponenti del cinema espressionista tedesco e regista di un capolavoro del “muto” come Metropolis, dopo una pausa di riflessione si ritrova a fare i conti con il sonoro, ed il suo esordio è magistrale: M – il mostro di Düsseldorf è una miniera di invenzioni geniali e di novità espressive che rivoluzioneranno il nascente cinema sonoro e resteranno degli essenziali punti di riferimento linguistici per molti anni a venire: basti pensare al passaggio da un ambiente a un altro per mezzo della voce fuori campo, o la presenza di un personaggio, il monumentale uomo-massa Peter Lorre, rivelata solamente da una traccia sonora, ricordo e tormento della vittima-carnefice della metropoli. Come ebbe modo di dire lo stesso Lang: “io costringo il pubblico a collaborare con me; suggerendo qualcosa ottengo un’impressione più forte, un coinvolgimento più profondo che facendola vedere”.

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