Cinque o sei spettatori si fanno facile

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Mostricosecittà
scaturisce innanzitutto dal fascino per l’immaginario fondato sulla complessa figura della Cosa, con le diverse connotazioni assunte negli ultimi due secoli, il suo legame a filo doppio con i mutamenti dei processi produttivi e con le pratiche di consumo, e la densità metaforica di una figura che, di volta in volta, acquisisce lo statuto di mostruoso, anormale, estraneo, deforme. Insomma, la Cosa come elemento per eccellenza dell’immaginario collettivo che erompe prepotentemente all’interno delle dinamiche della produzione culturale e mediale.
Affrontare il tema della Cosa e tuttavia farlo tenendo sempre presente almeno tre questioni che si intersecano fra loro fino a “produrre”, appunto, mostricosecittà: la prima è che una breve rassegna come questa non può che illuminare solo pochi dei momenti pregnanti di questo lungo percorso storico e mediologico; la seconda riguarda il mezzo utilizzato, quello cinematografico, il quale sembra imporre una propria prospettiva e proprie figure peculiari; il terzo è segnalato da quell’audiovisioni confidenziali che vuole richiamare alla particolare modalità di fruizione dei film che contraddistinguono questo piccolo ciclo, e sulla quale ci si soffermerà a conclusione di questo preambolo.

Volendo prescindere da ulteriori considerazioni allo scopo di non appesantire ulteriormente queste righe introduttive, ci corre l’obbligo di “giustificare” la scelta dei titoli, i quali richiamano alcune delle tematiche evocative degli albori del cinema e dell’immaginario da questo abitato e prodotto:
M – il mostro di Düsseldorf ci offre lo scenario della metropoli, di cui il cinema rappresenta la forma per eccellenza, arte di quella fabbrica intorno ai cui ritmi si andava costruendo, per l’appunto, la metropoli. Ed è qui che prendono consistenza le azioni del protagonista, il “mostro” appunto, incapace di far suo il contratto sociale della nuova civiltà industrale, che diviene la variabile individuale impazzita che sfugge al controllo della metropoli fino a rappresentarne il suo punto di rottura.
Freaks, sebbene girato quasi quarant’anni dopo la prima proiezione cinematografica della storia, richiama straordinariamente l’immaginario collettivo di fine Ottocento e la specificità del mezzo di “vedere la Cosa”: attraverso la figura del freak, il circo (uno dei medium per eccellenza del XIX secolo) esibisce il corpo mostruoso, deforme, anormale, sollevando la questione della corporeità della Cosa, che richiede di essere riconosciuta e vissuta in modo eguale agli altri, quegli altri che lo rendono contemporaneamente soggetto ed oggetto di uno sguardo.
Pulgasari ci allontana invece dai miti e dall’immaginario della civiltà occidentale per presentarci la figura dei kaiju, soggetti mostruosi del genere fantastico giapponese, il cui “esponente” più popolare è senza ombra di dubbio Godzilla. Pulgasari, a differenza del suo più conosciuto “analogo”, incarna in sé, oltre ad un’affinità con la figura, anche questa volta tutta metropolitana, di Kong, un processo produttivo totalmente agli antipodi rispetto a quello hollywoodiano ed occidentale in genere: quello del cinema nordcoreano.
L’invasione degli ultracorpi ci offre la possibilità di scandagliare l’immaginario degli anni ’50, quello del decennio successivo alla grande cesura rappresentata dal secondo conflitto mondiale e dalla bomba di Hiroshima. Il film – anticomunista per alcuni, antimaccartista per altri (noi suggeriamo la prima interpretazione) – sintetizza in maniera esemplare l’isteria collettiva di questi anni segnati dall’inizio della Guerra Fredda e la paura per un evento che possa sconvolgere il precario equilibrio mondiale ed avere ripercussioni catastrofiche per l’umanità. Minaccia che può venire anche dall’esterno, da figure aliene, come nel caso dei “nostri” ultracorpi.

Mostricosecittà, dunque, non rappresenta solo un gioco di parole, come si è cercato in breve di spiegare. Questa introduzione si chiude facendo chiarezza sulla seconda parte del titolo, audiovisioni confidenziali, che intende rispecchiare la volontà (ma anche, c’è da ammetterlo, la necessità) di una fruizione assolutamente informale, familiare e “libera”, quasi segreta, fisicamente “intrappolati” come siamo e saremo in un seminterrato, senza alcuna licenza o autorizzazione. Ma audiovisioni confidenziali anche nel senso, meno profondo ma decisamente più affettivo, di confidere, di avere fiducia nel “desiderio” e nell’interesse di coloro che ci seguiranno.

Forza Salernitana!

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