Cronache cilene

Post-MortemPrendete un attore, un bravo attore o comunque uno che venga considerato tale, adesso prendete una delle sue interpretazioni migliori e sottraetele eventuali musiche di sottofondo, contorsioni registiche, montaggio calzante, dialoghi e tutto il resto. A questo punto vi rimarrà l’attore in questione, con una camera fissa puntata su di lui, che prova a mostrarvi di che pasta sia fatto. Se vi inchioda allo schermo sappiate che avete buona probabilità di trovarvi davanti ad Alfredo Castro, straordinario attore già protagonista di Tony Manero, film di Pablo Larraín, ed ora di Post mortem, ultima fatica dello stesso regista cileno. Qui Alfredo Castro veste i panni di Mario Cornejo, assistente in esami autoptici (o più semplicemente un “funzionario”, come preferisce definirsi), figura anonima e impassibile nel Cile travolto dal golpe Pinochet. Proprio l’impassibilità, lo smarrimento, la miseria umana da parte di quei cileni che subirono passivamente la dittatura militare sono i temi di denuncia di Larraín, che riprende dal già citato Tony Manero, in una linea continua di morte che parte dalla mattanza compiuta dall’esercito dall’assassinio Allende in poi e che trova linfa nella già avvenuta morte sociale di un Cile assente e indifferente alle violenze dei golpisti, di cui Mario Cornejo non è che lo squallido ed emblematico esempio.

Nota a margine. Il film non era nemmeno nella cinquina dei candidati all’Oscar come miglior film straniero, premio poi vinto dal modesto e paraveltroniano In un mondo migliore della danese Susanne Bier. E forse in questo c’è un po’ di giustizia: suggerire un paragone tra le due pellicole avrebbe rappresentato un affronto per un grandissimo e (forse per questo) quasi ignorato film come Post mortem.

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