Non saranno probabilmente come le avevamo sognate le sconfinate distese della Patagonia, e perderanno il loro incanto le danze e le magie degli indios mapuche. Non sentiremo nemmeno quel tanfo di sudore degli operai e di bastardi vari arrivati dall’altra parte del mondo, con le loro facce imperfette e sporche di polvere, e le mani grandi e callose di chi pare averci spaccato pietre tutta una vita.
Non sobbalzeremo agli spari del figlio di Butch Cassidy, né ringrazieremo gli dèi di quelle terre disperate e lontanissime che qualche pallottola non ci abbia bucato un piede o trafitto le budella. Persino il cielo, immenso sopra le teste sciagurate di quei poveri diavoli, ci sembrerà così piccolo da farci quasi soffocare, seduti in poltrona davanti al televisore o al buio di una sala cinematografica.
Ci rimarremo male, insomma; certe cose non si fanno neppure per scherzo.
Assisteremo con risentimento ad ogni immagine che tradisca quelle del nostro sogno nato tra le pagine di un libro. Oppure, chissà, il giudizio sarà lusinghiero. In fondo siamo preoccupati, un poco incuriositi, ma ancora ingenuamente speranzosi nei miracoli che ci può regalare il mondiale più bello della storia.
Che Osvaldo Soriano possa mai perdonarci.

 
Al cinema dal 1° giugno:
Il mundial dimenticato
di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni
(tratto da Il campionato del mondo del ’42 di Osvaldo Soriano)

Non so che tipo di allenatore sia Carlo Perrone, non ho mai visto le sue squadre giocare. Non so quale sia la sua filosofia di gioco, se sia un tecnico preparato o un incompetente totale.
Lo ricordo quando è arrivato a Salerno, tra lo sghignazzare di tanti, presentandosi con la sua aria mesta e vestito (male) come chi si è fatto il guardaroba alla upim.
I commenti e i giudizi che non sono sfuggiti nemmeno alla mia indifferenza lo hanno descritto nei mesi come un coglione, un incapace, una zavorra di cui disfarsi al più presto. Ma, nonostante questo, è riuscito ugualmente a concludere la stagione e a portare il Salerno calcio per la prima volta tra i professionisti. E nel giorno della promozione, nell’immediato dopo gara, prima si è defilato dai festeggiamenti, poi è andato in sala stampa dicendo di non essersi goduto la vittoria, raccontando di una felicità triste, di un piacere ossimoro.
Qui la sorpresa linguistica è andata di pari passo con l’empatia per l’uomo: in un mondo che grugnisce, in una città opportunista ed un po’ infame, lui non solo sa cos’è un ossimoro, ma percepisce di vivere un sentimento simile mentre tutt’intorno predomina l’euforia.
Ritenuto alla stregua del manzoniano “vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”, rivendica la propria personale felicità non nella meta, ma proprio in quello scomodo viaggio, ringraziando i suoi calciatori per il passaggio concessogli. E quando qualche giorno fa ha dedicato la vittoria del campionato ad Agostino Di Bartolomei, ciò che detto da altri sarebbe apparso disgustoso ed ipocrita, in lui ritrovava il senso sincero delle parole di un uomo solo, malinconico, struggentemente umano.

Fosse stato allenatore della Salernitana, chissà, forse sarebbe divenuto oggetto privilegiato anche delle mie imprecazioni domenicali. Di certo, visto dal di fuori, ha rappresentato l’unico meritevole di affetto e di simpatia.
Adesso andrà via da Salerno, archiviato immediatamente il suo passaggio, non rimpianto da chi volge già lo sguardo verso le nuove mire dell’ambizioso progetto sportivo.

Io gli auguro di andare mille miglia lontano, di incrociare sulla sua strada chi sappia stimare l’uomo prima ancora del tecnico, chi riconosca ed apprezzi i suoi modi garbati in un ambiente cinico, rozzo e sguaiato come quello del calcio.

Ma comunque dovesse andare, qualunque sia il tuo prossimo viaggio, buona fortuna Carlo Perrone.

Il comico televisivo tira. Crozza ha addirittura un programma tutto suo e cura anche la copertina di Ballarò, Striscia la notizia è da 25 anni saldamente al proprio posto, programmi come Zelig rendono popolari comici che si spingono poi ad allungare i 3 minuti dei loro sketch che non fanno ridere in sconfortanti (quanto molto remunerativi) film da un’ora e mezza.
In questo contesto sono scomparse le storie surreali di Carlo Barcellesi da Codogno, noto ai più come Maurizio Milani. Prima qualche rara volta appariva in tv, sempre relegato in qualche nicchia, come a Che tempo che fa, quando proponeva i suoi “pezzi” chiedendo se facessero ridere. Adesso, poi, per tipi come lui non c’è più spazio.
Maurizio Milani come rappresentante della consulta dei mohicani è stato ricevuto a Palazzo Marino. Il giorno dopo, sempre al comune di Milano, è stato ricevuto insieme alla consulta dei titolari attività abusiva di sfasciacarrozze. Nella stessa giornata è stato ricevuto dal sindaco insieme alla consulta “che non hanno voglia di lavorare”. Il giorno dopo altro ricevimento dal sindaco in comune: incontro con quelli che dicono di essere drogati per ricattare in casa i parenti ma non è vero. Alla sera, sempre in municipio, ha fatto parte di una delegazione di teste di cazzo. Anche qui ricevuti in pompa magna. Il sindaco gli fa: “Ma lei non l’ho già vista?”. Lui: “No, mai”. Come ragazzo era molto bugiardo. Come ometto lo è ancora. Come comico, ogni tanto, tra pannelli solari e campi nomadi, presenta ancora qualche pezzo.


Pippo Baudo agente dei servizi nordcoreani infiltrato alla Rai?
La talpa rossa al soldo di Kim Il-sung nel cuore della Democrazia Cristiana?
Un’avvincente spy story alla John Le Carré, un pericoloso intreccio di morte ed inganni tra un Festival di Sanremo e la penetrante dolcezza dei sorbetti siciliani.

Che ci sia qualcosa di vero? Il cerchio sarebbe finalmente chiuso…


Come una vera signora inglese, sono andato a prendere il tè delle 5 in un bar a via ligea. Nel bagno la tazza del cesso era quadrata, estranea a qualsiasi forma conosciuta di anatomia umana.
Parti di questo mondo danno dunque per scontato ed imminente l’avvento di una razza cyborg dal culo quadrato venuta a convivere o a dominare o quantomeno a schifare la nostra specie.
Questo potrebbe essere argomento di riflessione, secondo me. Poi fate come vi pare…


Al cinema si trovano ruoli venuti male, altri che può interpretare chiunque, altri in cui un bravo attore può cambiare le sorti del film da così a così, altri ancora che sono destinati a lasciare un segno negli spettatori, qualunque ne sia l’interprete.
Quello di Mickey Rourke in The Wrestler (Darren Aronofsky, 2008) è invece un caso a parte: come attore quasi mai un granché, qui però artefice di una prova immensa. Monumentale a sua insaputa, mi verrebbe da dire citando qualcuno.
Il fatto è che in tutta Hollywood e dintorni non esiste nessun altro che rispecchi più di lui la sofferenza e il disagio di Randy The Ram, lo sfatto e malandato protagonista precipitato alla periferia del mondo, la sua tormentata vita di dolori e di miserie, di rimpianti e di malinconico squallore, nella speranza un giorno di risorgere o di continuare almeno a tenere botta un altro po’.
Impareggiabile perché unico a questo mondo il vecchio Mickey che, tumefatto e sanguinante nei panni di un Randy vivo per miracolo, decide di concedersi al suo pubblico fino alla fine, per ascoltare ancora una volta l’assordante vociare prima del suo ingresso, i loro boati per uno spinebuster o per un leg drop andato a segno.
La passione vissuta sulla carne di Randy the Ram è la stessa di Mickey Rourke, li accomunano il dolore, il declino, l’amore, gli eccessi di una vita sempre al massimo.
Cercate bene in giro, difficilmente troverete in questi anni zero-dieci un’interpretazione più sofferta e coinvolgente.

O almeno questo è quanto penso io. E anche Nicolas Cage è d’accordo con me.


L’immagine che vedete (di Eugenio Battaglini) è emblematica di come le discussioni su Sanremo si concentrino quest’anno sulle abitudini alimentari di Gianni Morandi.

Tuttavia, vedendo un po’ della prima serata del festival, credo ci si stia dimenticando di un’altra cosa fondamentale: Gianni Morandi ha delle mani enormi. Fino a questo momento le ha tirate fuori tre volte: la prima volta c’è stata un’eclissi totale delle zizze di Belen e della Canalis; la seconda volta ha dato uno schiaffo a uno a Ventimiglia che stava per i fatti suoi; la terza volta si è annesso Nizza e Savoia.


Come qualcuno già saprà, conobbi Nicolas Cage quando gli proposi il ruolo da protagonista nel film sul tedesco del ’700 che inventò la pugnetta. Con mia grande sorpresa, Nicolas ne fu subito entusiasta ed accettò immediatamente nonostante si trattasse di interpretare un personaggio così discusso. Da lì nacque il nostro rapporto di stima reciproca e la bella e sincera amicizia che dura tuttora.
È stato dunque quasi naturale pensare a lui quando io e John Carpenter eravamo alla ricerca del protagonista di Cacarella, film su cui riponiamo molte attese e che speriamo possa uscire nelle sale già tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Tutto ruota intorno all’incertezza sull’inizio delle riprese, dato che adesso Nicolas è ancora impegnato sul set del biopic su Mike Bongiorno.
Anzi, nonostante il mistero che circonda la produzione di questo film, Nic molto carinamente mi ha concesso di pubblicare in esclusiva alcune immagini.

La prima è una foto scattata in una pausa durante la lavorazione (credo stessero girando qualche scena di Mike a Sanremo):
backstage.jpg

invece l’altra è tratta dalla scena in cui Mike Bongiorno becca la concorrente del Telemike a sbirciare gli appunti:
scene01.jpg

Ah, dimenticavo: il film si intitola Mike – The Movie, è una coproduzione italo-americana, e Nicolas Cage vi saluta tutti affettuosamente.

Robert Ryan ne "Il Mucchio Selvaggio" (Sam Peckinpah, 1969)

Dopo lo showdown più famoso della storia del cinema, gli avvoltoi danzano tra le rovine di Agua Verde sui cadaveri dell’ultimo massacro.
È la fine di un mondo: il volto stanco di Deke Thornton è quello dello sconfitto, di chi è condannato a sopravvivere dopo la fine, quando tutto intorno non sono rimasti che solitudine e squallore. È lo sguardo triste di Sam Peckinpah, il cuore crivellato di colpi, la carne lacerata dal dolore, l’amarezza di chi aspetta soltanto la morte della parte di sé che ancora si ostina a vivere.

Il cattivissimo Kollokament minaccia nuovamente l’umanità, questa volta l’unico che può salvare il mondo è Apatico-3.

ore 11
Kollokament si è impadronito di una grossa quantità di uranio impoverito e minaccia di lanciare contemporaneamente bombe atomiche su Roma, Parigi, Madrid, Londra, Giffoni Sei Casali e Mosca se non gli saranno consegnati entro un’ora 10 triliardi di dollari in banconote di piccolo taglio non segnate.

ore 12
Apatico-3 ancora si deve svegliare, sente una botta fortissima, sbanda nel sonno, dice qualcosa di incomprensibile alla mamma riguardo la persiana, si gira dall’altra parte e ripiglia a dormire.

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